Dalla Cornovaglia, ci giungono immagini singolarmente autunnali, più che primaverili e non basta il lussureggiare della foresta tropicale al coperto, per far dominare i colori caldi della speranza, piuttosto che quelli, freddi del timore e dell’incertezza.
Contribuisce, senz’altro, a questo strano clima, la consapevolezza che al tavolo di un gruppo che si autoproclama di Grandi e parla per i giovani, in realtà son seduti solo dei Vecchi, vecchi donne ed uomini e vecchi Paesi.
Vi contribuisce, forse anche, il sentimento di straniamento che pare serpeggiare tra i presenti, alcuni pronti a lasciare il palcoscenico, altri consapevoli di doverlo fare loro malgrado, altri ancora incapaci sempre e comunque di adeguarsi al ruolo: sentimento che sua maestà Queen Elizabeth ha reso con la battuta che riecheggia sui social, se dovessero “sembrare divertiti”.
Soprattutto, però, questa volta è emerso in tutta la sua crudezza ciò che per anni, in consimili occasioni, si è voluto nascondere dietro la facciata di stucco di un multilateralismo collaborativo: il mondo non si avvia verso un’epoca di pace e benessere, alla cui costruzione collaborano tutti, animati dagli stessi valori, obiettivi ed interessi.
Il mondo è ferito, straziato dalle diseguaglianze, fra uomini e paesi; è percorso e condizionato da potentati economici che fanno strame dell’individuo e dei suoi diritti; può precipitare, d’improvviso, in una catastrofe di distruzione dell’ecosfera ambientale e relazionale. E coloro i quali finora hanno sostenuto il contrario – per l’interesse di bottega, del bottegaio tedesco, francese o italiano di vendere qualcosa a chi pensava più povero e sprovveduto, per continuare a sorseggiare cocktail a bordo piscina – non sanno da che parte rifarsi, da dove cominciare, verso dove andare.
Farebbe sorridere, se non facesse paura, che il meglio che sappiano pensare si fonda sul concetto di ricostruzione (il programma si chiama Build Back Better World); che abbiano, insomma, lo sguardo volto all’indietro. È la prova provata, infatti, che la nostra cultura teme di non saper esprimere vette ulteriori rispetto a quelle che ha già toccato; che è consapevole di aver altro che un grande passato di fronte a sé; soprattutto che ha paura del futuro.
E farebbe sorridere, se non sconcertasse, che pensino, temo seriamente, di poter recuperare vent’anni di politica cinese di acquisizione di spazi di controllo nei paesi “poveri” (mi pare non usi più l’espressione orribile in via di sviluppo) attraverso la costruzione di infrastrutture, imitando pedissequamente quella politica, quando essi stessi hanno alimentato, se non altro, una cultura di risentimento verso il loro vecchio colonialismo e di spregio verso la loro attuale ostentazione, proprio in quei paesi e presso quei popoli che vorrebbero recuperare.
Per fortuna, si son ricordati che la nostra cultura si fonda sul rispetto dei diritti umani e sul riconoscimento del loro carattere universale.
Non servirà, purtroppo, nell’immediato.
Anche perché financo tra di noi c’è chi ne ha dimenticato l’importanza e l’attualità, e si identifica in grilli-grulli che nulla sanno e tutto pretendono di insegnare, solo e sempre ai figli degli altri.
Ma quel nocciolo culturale, preservato in qualche monastero virtuale, consentirà prima o poi di ricordare a tutti che l’umanità ha senso se riconosce e preserva l’uomo e non serve, per essa, un mondo migliore, se non riesce a metterne al centro il rispetto.

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