Il telescopio James Webb, il più grande e potente telescopio spaziale al mondo, lascia la Terra per la sua missione mirata a fare luce sulle prime stelle dell’universo e perlustrare il cosmo alla ricerca di tracce di vita. Frutto di una collaborazione fra la Nasa, l’agenzia spaziale europea Esa e quella canadese, e’ stato lanciato alle 13.20 ora italiana dalla Guyana francese, in Sudamerica, a bordo di un razzo Ariane.

Questo straordinario capolavoro di ingegneria, tecnologia e scienza sarà in grado di osservare lo spazio come mai abbiamo fatto prima d’oggi, per la sua posizione e per la strumentazione di cui dispone. Risponderà a molte delle grandi domande che l’uomo si pone da secoli, permettendo nuovi studi e progetti di ricerca all’avanguardia finora solo auspicati

Il James Webb con il suo specchio di 6,5 metri di diametro sarà in grado di raccogliere molta luce, anche quella più debole e proveniente dall’Universo primordiale. È infatti uno degli obiettivi scientifici del telescopio quello di vedere la formazione delle prime stelle, galassie e buchi neri. Questo sarà possibile perché la luce viaggia a velocità finita, perciò guardando molto in là nello spazio vediamo i corpi celesti come erano al momento dell’emissione della luce che raccogliamo, non come sono ora. Ma il Webb riuscirà a osservare esattamente il Big Bang, ovvero ciò con cui l’Universo è cominciato?

Secondo la teoria cosmologica oggi più accreditata, il cosmo come lo conosciamo sarebbe nato dall’esplosione iniziale di una singolarità, una regione molto densa e limitata di spazio. In essa era concentrata tutta la massa iniziale, che poi sarebbe andata a costituire l’Universo stesso, sotto forma di energia a una temperatura molto elevata. Nessuna radiazione quindi, solo un grumo denso di energia. In un istante iniziale t=0 questa singolarità è “esplosa” e si è quindi espansa in tutte le direzioni, dando origine all’Universo. Questo, secondo i dati forniti dal Planck Surveyor dell’ESA, sarebbe accaduto 13,7 miliardi di anni fa.

Nei primi istanti dopo questo “grande scoppio”, il Big Bang appunto, si è svolta la gran parte dell’evoluzione dell’Universo. La densità è diminuita, la temperatura anche, e questo raffreddamento ha consentito la formazione della materia primordiale. Le prime stelle si sono accese 400 milioni di anni dopo per effetto dell’attrazione gravitazionale della materia. L’Universo era quindi uscito dalla sua era buia (in inglese Dark Age).

Quindi il Webb non potrà osservare il grande scoppio con cui il cosmo è nato. Potrà dirci molto sui primissimi oggetti che sono cresciuti dal materiale del Big Bang, e che potrebbero essere molto diversi da quelli che vediamo oggi. C’è anche la possibilità che siano cresciuti rapidamente e si siano distrutti, così che non se ne troverebbero più le tracce nel materiale recente. Tuttavia i primi milioni di anni di vita dell’Universo sono stati completamente bui. Quindi non c’è nessuna luce da catturare, e il Webb non avrà nulla da osservare nella Dark Age che ha preceduto la formazione delle prime stelle. Questo se la teoria del Big Bang, a oggi la più accreditata, è vera per come noi la conosciamo

Secondo l’Istat, il 2021 ha segnato un nuovo record di minimo storico dall’Unità d’Italia ad oggi, in anni di continuo calo delle nascite.

DATI DRAMMATICI – Sono parecchio allarmanti i dati diffusi dall’Istat nel suo report sulla dinamica demografica del 2021, secondo cui in Italia nel 2021 sono nati meno di 400 mila bambini, numero in continuo decrescere col trascorrere degli anni. Se a questo si aggiunge l’elevatissimo numero di morti nello stesso anno, e cioè 709 mila, il Saldo naturale (la differenza tra le morti e le nascite nel corso dell’anno) è il più negativo di sempre.

CAUSE – Le motivazioni di questa preoccupante accelerazione del fenomeno della denatalità in Italia sono diverse, aggiuntisi nel corso degli anni, ma sicuramente aggravate dagli ultimi 2 anni di pandemia. E una di queste è senza dubbio rappresentata dai mancati concepimenti avvenuti appunto nel corso della pandemia Covid, “giustificati” dall’incertezza in cui tutto il mondo è piombato in questi ultimi due anni. Incertezza che però, per le fasce di popolazione più giovane – quella che fa figli – c’erano già prima. Non è infatti da trascurare, in particolare nelle nuove generazioni, l’impatto degli orientamenti culturali, sugli stili di vita e delle scelte di formare una famiglia. A questo si può aggiungere inoltre una riduzione delle donne fertili, tra i 15 e i 45 anni, e il contributo offerto dalle famiglie di immigrati, anch’esso in discesa. Nel corso dell’ultimo decennio, l’insieme di tutti questi fattori negativi ha subito una forte accelerazione, sicuramente anche per le conseguenze delle due crisi economiche e occupazionali sui redditi delle persone e delle famiglie. 

CONSEGUENZE E SPERANZE – Già ampiamente in corso le conseguenze: notevole riduzione della popolazione in età di lavoro, con implicazioni per sostenibilità economica e sociale della spesa pubblica e della distribuzione del reddito, non difficili da immaginare. Siamo sulla soglia di una rottura irreversibile degli equilibri demografici, che rischia di precludere ogni aspirazione di ripresa economica.

Dati incoraggianti però arrivano dai dati sui matrimoni, che nel 2021 sono stati praticamente il doppio rispetto al 2020. Questo, considerato anche tutti quelli che hanno rimandato le nozze nel 2020, causa restrizioni pandemia, e che in un paese come l’Italia, dove oltre i due terzi dei nati sono all’interno del matrimonio, potrebbe portare uno spiraglio di luce, facendo sperare in una ripresa delle nascite.

Feet of a newborn baby in the hand of mom. Happy family concept.

All’uscita dal carcere di Mansoura avrebbe detto “Tutto bene, forza Bologna”. Sono chiarissime ed inequivocabili le sue dichiarazioni d’amore alla città di Bologna e all’Italia da parte di Patrick Zaki.

Ieri si è tenuta la terza udienza del processo ed è stato – finalmente -. disposto il rilascio anche se dovrà ripresentarsi a febbraio 2022 di nuovo davanti al giudice.

“Le immagini degli abbracci e dei sorrisi tra la sorella, gli amici e Patrick sono emozionanti e bellissime: Patrick è tornato in libertà, per il momento provvisoriamente. Speriamo che all’udienza del primo febbraio questa libertà provvisoria diventi definitiva e che possa tornare alla vita che aveva prima dell’arresto, quel 7 febbraio 2020: quells di una persona libera, di un ricercatore, di uno studente, di un ragazzo che ama la vita”. Ha detto all’agenzia Dire il portavoce di Amnesty International, Riccardo Noury, commentando il rilascio dello studente egiziano dell’università di Bologna.

Proprio dall’Università di Bologna non tardano ad arrivare le prime dichiarazioni raccolte dal bologna today:

“Nella mattina di ieri, quando i giudici del tribunale speciale di Mansoura hanno disposto il rilascio di Patrick, siamo stati colti da un sentimento di sollievo e di gioia che ha contagiato tutta la nostra comunità. La voce è corsa di aula in aula, di studio in studio, e tutti siamo stati emozionati e commossi”, afferma il Rettore dell’Università di Bologna Giovanni Molari

“La fine di questa terribile vicenda è ora una speranza resa ancora più concreta dalla sua scarcerazione: le immagini che giungono dall’Egitto ci colmano di felicità. Il nostro ateneo ha lottato fin dal primo giorno, fin da quel lontano 7 febbraio 2020, perché i diritti di Patrick fossero rispettati e per ribadire il nostro sostegno ai diritti fondamentali della persona, alla libertà di parola e di insegnamento, e al valore ineguagliabile del pensiero critico.

Oggi è quindi una giornata di festa, anche se non bisogna abbassare la guardia fino al completo proscioglimento dalle accuse. Speriamo che Patrick possa mettersi alle spalle questi due anni dolorosi e possa tornare presto ai suoi studi qui a Bologna, nella sua università. Il suo posto è qui, nella nostra comunità, assieme ai suoi compagni e ai docenti che non vedono l’ora di riabbracciarlo”.

Per il delegato per gli studenti Federico Condello, “se ieri è stata una giornata di gioia grande, sì, ma cauta e ancora incredula, oggi possiamo gioire più apertamente. Sappiamo che questo non è il traguardo, ma solo un passo verso il traguardo. Però ci conforta immensamente il pensiero dell’abbraccio che ha riunito Patrick ai suoi cari. È un abbraccio così grande che ci sarà un posto, ne siamo convinti, per tutti coloro che in questi interminabili mesi hanno invocato la libertà di Patrick nelle piazze, nelle strade, sui media. Un ringraziamento profondo a tutte le istituzioni, a tutte le associazioni – Amnesty in testa – e a tutti gli artisti che sono stati al fianco dell’Alma Mater in questa battaglia di giustizia”. 

Covid: L’Organizzazione mondiale della sanita’ assegna il nome della lettera greca Omicron alla nuova variante individuata in Sudafrica, finora indicata come B.1.1.529. La definisce ‘preoccupante’.

La variante Omicron è più contagiosa?

Tra gli aspetti da chiarire c’è proprio la trasmissibilità: non è ancora chiaro infatti se la variante Omicron si diffonda più facilmente da persona a persona rispetto alle altre varianti, inclusa Delta.

Dati preliminari dal Sud Africa – dove la variante è stata individuata – suggeriscono che Omicron potrebbe avere una maggior capacità di propagazione da un individuo all’altro e un sostanziale vantaggio di crescita rispetto alla variante Delta.

Un altro aspetto da chiarire è se la variante Omicron sia responsabile di forme più severe di COVID-19, ma al momento i sintomi sembrano essere gli stessi di quelli delle altre varianti. Al momento, i casi di variante Omicron confermati sono 352, segnalati da 27 paesi. Tutti i casi per i quali disponiamo informazioni sulla gravità sono di pazienti asintomatici o con sintomi lievi e non sono stati segnalati casi gravi e decessi.

Un ulteriore elemento importante su cui si sta concentrando la ricerca, riguarda la maggior possibilità che un individuo guarito da COVID-19 possa infettarsi nuovamente con la variante Omicron. Anche in questo caso, sono necessari ulteriori studi per comprendere se e come Omicron eluda l’immunità derivata dal vaccino o dall’aver avuto COVID-19.

COVID-19: i sintomi da non sottovalutare

sintomi di COVID-19 variano a seconda della gravità della malattia: alcune persone sono asintomatiche (ma comunque contagiose), mentre altre possono manifestare sintomi come febbre, tosse, raffreddore, mal di gola, debolezza e dolore muscolare. I casi più seri presentano polmonite, difficoltà respiratorie e altre complicazioni.

Come sappiamo, anche perdita improvvisa dell’olfatto (anosmia) o diminuzione dell’olfatto (iposmia), perdita del gusto (ageusia) o alterazione del gusto (disgeusia) sono stati riconosciuti come sintomi di COVID-19. Sono sintomi meno specifici mal di testa, brividi, mialgia, vomito e/o diarrea.

In questa fase della pandemia, in cui moltissime persone sono vaccinate, è comunque importante non sottovalutare alcun sintomo – anche in forma lieve – riconducibile a COVID-19. In caso di infezione, infatti, i vaccinati sviluppano forme leggere di malattia (ed è quanto si è osservato finora anche con la variante Omicron) con sintomi lievi e spesso facilmente confondibili con i disturbi stagionali (raffreddore, tosse, mal di gola).

È bene ricordare che i vaccini hanno un’altissima efficacia in termini di riduzione del rischio di infezione, ma non possono azzerarlo perché le variabili in gioco sono molteplici (dall’efficacia del vaccino in sé alle proprie condizioni di salute, dalle precauzioni che si adottano ai contesti che si frequentano). Si conferma invece la loro importanza nel prevenire la malattia grave e la morte.

I vaccini sono efficaci contro la variante Omicron?

Tutti i vaccini disponibili offrono una protezione significativa contro le forme gravi di COVID-19 e ridurre la circolazione del virus consente anche di limitare la probabilità che muti e produca varianti preoccupanti, come Delta e Omicron.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità sta comunque studiando il potenziale impatto di Omicron sulle misure di contenimento della pandemia, inclusi i vaccini.

Variante Omicron: vaccino, mascherine e distanziamento per proteggersi

Le misure più efficaci di protezione restano quelle note:

  • Vaccinarsi (iniziando/completando il ciclo vaccinale primario) ed effettuare la dose di richiamo quando è il proprio turno.
  • Indossare la mascherina coprendo naso e bocca nei luoghi chiusi e all’aperto in caso di affollamento e nel rispetto delle regole vigenti.
  • Lavare bene e spesso le mani o igienizzarle.
  • Mantenere la distanza di almeno un metro dalle altre persone.
  • Far circolare l’aria nei luoghi chiusi.

Il 25 Novembre si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, fenomeno purtroppo ancora troppo diffuso, anche nel nostro paese.

PERCHE’ E’ STATA ISTITUITA – Il 17 dicembre del 1999 l’assemblea generale dell’ONU ha deciso di dar vita a questa giornata di celebrazione, al fine di creare maggiore consapevolezza in chi la violenza la subisce, ma anche in chi la esercita. Per far sì che certe azioni distruttive, attuate nei confronti di donne e ragazze, non rimangano più impunite e affinché le stesse non vengano stigmatizzate per il fatto di aver avuto il coraggio di denunciare.

Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite, la violenza sulle donne è tra le più diffuse e persistenti violazione dei diritti umani. Sono davvero tanti gli esempi che si possono utilizzare per far comprendere meglio a cosa realmente ci si riferisca quando si parla di violenza sulle donne; si passa dalle azioni con conseguenze visibili, come essere percosse, ma anche ricevere uno schiaffo o una spinta, essere costretta ad avere un rapporto sessuale contro la propria volontà, a quelle invisibili ma non meno gravi, come essere attaccata o minacciata verbalmente, venire controllata costantemente e in modo soffocante dal partner, vedersi negato l’accesso alle risorse economiche dal marito o dal compagno. Negli ultimi anni poi, a quello comunemente chiamato Stalking, si è anche aggiunta la sua versione “cyber”, e il revenge porn, portatori di violenza psicologica offline e online.

DATI E STATISTICHE – Nonostante è da almeno vent’anni che sono stati definiti i diritti delle donne, nella Seconda conferenza mondiale sui diritti umani, tenuta dall’ONU, e si sia attuata una stratificata opera di modernizzazione della legislazione, culminata concretamente nel 2013 con la Convenzione di Istambul  e l’emanazione della cosiddetta legge sul femminicidio, mentre la legge va in una direzione, i dati statistici vanno purtroppo in quella opposta.

Secondo la polizia di Stato, promotrice della Campagna Nazionale “Questo non è amore“, nonostante un calo deireati spia che possono precedere i femminicidi, il numero delle donne uccise è ancora sempre troppo alto;  sono 89 al giorno, infatti, le donne vittime di reati di genere che si contano in Italia, e nel 62% di casi si tratta di maltrattamenti in famiglia. Sempre secondo la polizia è il contesto familiare quello in cui la maggior parte delle volte la donna soccombe in modo definitivo alla discriminazione nei confronti del suo genere.

Stop violence against women

DIRE NO TUTTI I GIORNI E DENUNCIARE – Il primo ostacolo da superare per le vittime, è senza dubbio trovare la forza per denunciare, che non è poi così facile. Per fortuna, comunque, oggi gli strumenti a disposizione sono diversi.  

Oltre alle forze dell’ordine, chiamando il Numero di Emergenza Unico Europeo “112” e/o 113” attivo 24 ore su 24 e per 365 giorni all’anno,  ci si può rivolgere al Telefono Rosa al numero 1522, anch’esso attivo tutti i giorni 24 ore su 24, a cui rispondono le esperte volontarie dell’associazione, punto di riferimento per le donne che subiscono violenza. E poi ci sono i Centri Antiviolenza e le Case Rifugio, a cui le donne in pericolo possono rivolgersi direttamente.

Giorgia Bellini è una studentessa che vive a Perugia. La ventiquattrenne, che ha sofferto per tanti anni di bulimia nervosa, rischiando la vita, ha deciso di raccontare la sua storia in un libro.

NATA DUE VOLTE – Nel suo libro “Nata due volte” Giorgia racconta di se stessa prima, durante e dopo la malattia, ripercorrendo il suo percorso dolorosissimo, un percorso costellato di abbuffate, di sofferenze fisiche e psicologiche, e tentativi di suicidio. L’intero ricavato del libro sarà rivolto al progetto di sensibilizzazione e cura dei Disturbi Alimentari. Consapevole del dolore di quei momenti, da quando è guarita la Bellini sente che la sua missione è quella di aiutare chi si vive la sua stessa passata situazione, e infondere speranza a chi crede che non si possa guarire, ma anche ai genitori che spesso non sanno a chi rivolgersi e come aiutare il proprio figlio. Giorgia ha anche aperto un blog e una community su Instagram, seguita da più di 20 mila persone, durante il periodo del lockdown dato che la pandemia ha fatto aumentare in modo drammatico le richieste di aiuto di adolescenti affetti da disturbi alimentari; purtroppo ad oggi le liste di attesa, per chi non può rivolgersi ai centri privati, sono davvero troppo lunghe. 

La Brest Cancer Campaign negli ultimi 29 anni ha deciso di intraprendere una vera e propria lotta contro questo particolare male che affligge la popolazione femminile.

CHE COSA E’ E COME E’ NATO – Simbolo mondiale della salute del seno, il Nastro Rosa nasce dall’intuizione di Evelyn H. Lauder nell’anno 1992, mentre molte donne morivano di tumore al seno senza che se ne parlasse più di tanto. Nel corso degli anni, da semplice intuizione, questo simbolo si è tramutato nella rappresentazione vera e propria di una mobilitazione mondiale con un unico comune obiettivo: un futuro libero dal tumore al seno. E’ ottobre il mese in cui la Brest Cancer Campaign, ideata sempre da Evelyn H. Lauder, sensibilizza l’opinione pubblica, su quanto la ricerca scientifica e la prevenzione siano la centralità per sconfiggere questa malattia, aumentandone in ognuno di noi conoscenza e consapevolezza. Promotrice di questa campagna, la The Estée Lauder Companies – che per il settimo anno consecutivo – in Italia, è in partnership con la Fondazione AIRC.

NUMERI – Sono ben 70 i Paesi in cui le filiali di The Estée Lauder Companies si riuniscono nel mese di ottobre; 180 milioni i Nastri Rosa distribuiti dal gruppo; 99 milioni i dollari raccolti e interamente investiti nella ricerca, nella formazione e nell’assistenza medica; 60 le organizzazioni impegnate nella lotta contro il tumore al seno, con l’impiego di circa 50.000 dipendenti in tutto il mondo. Tutto questo a fronte di 55.000 donne e 500 uomini colpiti ogni anno da questa neoplasia, diagnosticata in Italia ad una donna su otto.

koros magazine nastro rosa

Dopo un’accurata osservazione di reazioni e commenti pubblicati su Instangram da parte di un gruppo di giovani, i ricercatori dell’Università del Surrey e dell’Ateneo di Padova sono giunti alla conclusione che l’utilizzo compulsivo e incontrollato del popolare social network può accentuare, in determinate persone, i vissuti negativi del proprio corpo e indurle a pensare di ricorrere alla chirurgia estetica.

IL PARERE DEL DOTTOR ERIK GEIGER – Il medico, specialista in chirurgia plastica e medicina estetica, conferma che oggi giorno, a differenza del passato, sui social vi è un continuo e incessante bombardamento di stereotipi che tendono a un’idea di perfezione che poi in realtà non esiste. Tutto questo sta portando a parlare di dismorfofobia, patologia legata ad un errata percezione di se stessi, che induce  a non essere mai soddisfatti del proprio corpo, rendendo piccolissimi inestetismi dei difetti grossissimi, e spingendo soprattutto le donne più giovani a rivolgersi a chirurghi, mostrando loro l’obiettivo da raggiungere tramite foto di se stesse già modificate da filtri social. La cosa più pericolosa è che, oltre ad ambire ad una bellezza che è irreale e non esiste in natura, ma solo virtualmente, si ambisce anche alla bella vita che fanno quei personaggi presi come modelli dai social.

Influencer Taking Selfie

TUTTA COLPA DEI SOCIAL? – Secondo il Dottor Geiger però la colpa non è solo dei social ma il problema è ben più grande. Fondamentale è per i chirurghi decidere se considerare le persone che si rivolgono a loro come pazienti o clienti, cercando di capirne motivazioni e stato mentale. Fortunatamente per le persone minorenni che vogliono ricorrere alla chirurgia l’iter è molto rigido. Comunque sempre secondo Geiger è molto importante l’esempio che queste ragazze hanno in famiglia. Mentre una mamma che non ha mai usato la chirurgia estetica ha la forza di dire di no a una figlia che le chiede di ritoccare una parte del corpo, più difficile è per quella madre già ricorsa lei stessa al chirurgo.

Da pochi mesi ci siamo ormai abituati all’utilizzo del QR-Code ed alla parola Green Pass. Ecco velocemente come utilizzare questo strumento di accesso e quali app possono essere utili alla sua conservazione.

possibile ottenerlo se vaccinati, anche solo dopo la prima dose, guariti dall’infezione oppure con test molecolare o antigenico rapido con risultato negativo. La certificazione verde non sarà richiesta ai bambini fino ai 12 anni e alle persone esenti dalla vaccinazione sulla base di idonea certificazione medica.

La certificazione si potrà scaricare in pochi minuti App “Immuni” o “Io”, oppure accedendo al proprio Fascicolo sanitario elettronico o sul sito web del governo, dedicato www.dgc.gov.it

COME FUNZIONA IN ITALIA?

In Italia è il Ministero della Salute a rilasciare la Certificazione verde COVID-19 attraverso la Piattaforma nazionale, sulla base dei dati trasmessi dalle Regioni e Province Autonome.

Ecco le principali caratteristiche di funzionamento:

Dopo la vaccinazione oppure un test negativo oppure la guarigione da COVID-19, la Certificazione viene emessa automaticamente in formato digitale e stampabile dalla piattaforma nazionale.

Quando la Certificazione sarà disponibile, riceverai un messaggio via SMS o via email, ai contatti che hai comunicato quando hai fatto il vaccino o il test o ti è stato rilasciato il certificato di guarigione; il messaggio contiene un codice di autenticazione (AUTHCODE) da usare sui canali che lo richiedono e brevi istruzioni per recuperare la certificazione.
Puoi acquisire la Certificazione da diversi canali in modo autonomo: su questo sito con accesso tramite identità digitale (Spid/Cie) oppure con Tessera Sanitaria (o con il Documento di identità se non sei iscritto al SSN) in combinazione con il codice univoco ricevuto via email o SMS; nel Fascicolo sanitario elettronico; tramite l’App “Immuni”e l’App IO.
 
La certificazione contiene un QR Code con le informazioni essenziali. Agli operatori autorizzati al controllo devi mostrare soltanto il QR Code sia nella versione digitale, direttamente da smartphone o tablet, sia nella versione cartacea.
La verifica dell’autenticità del certificato è effettuata dagli operatori autorizzati, per esempio nei porti e negli aeroporti, in Italia tramite l’app VerificaC19, nel rispetto della privacy.

Più del 50% ha completato le due dosi di vaccinazioni ed ci si avvia al tanto ormai sperato 80/90% di popolazione completamente vaccinata. C’è comunque – ancora – la solita notizia che circola in rete: i vaccinati si ammalano con la stessa frequenza dei non vaccinati. Sempre e comunque perché chi fa questi calcoli usa la matematica casalinga e non le percentuali oppure – in generale – un approccio matematico.

Più aumentano i vaccinati più aumenteranno i rari casi di contagiati e malati anche tra chi è vaccinato: fino potenzialmente a superare in termini assoluti quelli tra la popolazione che non si è vaccinata. Ma considerando i valori percentuali, è evidente quanto siano enormemente più limitati gli effetti del coronavirus tra chi è completamente vaccinato, rispetto a chi ha ricevuto una sola dose o nessuna.

Un vaccino non protegge mai tutti gli individui che vengono vaccinati, circostanza che si applica anche agli attuali vaccini contro il coronavirus. Dalle analisi dell’ISS, sappiamo che i completamente vaccinati sono protetti all’88 per cento dall’infezione, al 94 per cento dal ricovero in ospedale, al 97 per cento dal ricovero in terapia intensiva per sintomi gravi e al 96 per cento dal decesso per COVID-19.

Date queste circostanze, ci si può quindi attendere che tra le persone vaccinate ci siano alcuni casi di infezione, ricovero e decesso. La quantità di casi è però estremamente più bassa – in percentuale – rispetto a ciò che avviene tra gli individui non vaccinati.

Man mano che le persone vaccinate aumentano, si riduce la quantità dei casi tra la popolazione proprio per l’efficacia della vaccinazione. Si può arrivare a un punto in cui i rari casi tra i vaccinati sono in termini assoluti più numerosi rispetto a quelli tra i non vaccinati.

Se l’intera popolazione fosse vaccinata, i casi rilevati sarebbero solo tra persone vaccinate, ma sarebbero comunque pochissimi e molti meno di quanti se ne riscontrerebbero in totale assenza del vaccino.

In uno scenario in cui 85 sono vaccinate e 15 no, è possibile che in termini assoluti ci siano più contagi tra il primo gruppo, semplicemente perché è molto più numeroso del secondo. Considerando le percentuali, però, il dato assume tutto un altro significato: l’ISS ha stimato che il rapporto tra il numero dei casi e la popolazione è circa dieci volte più basso nei vaccinati rispetto ai non vaccinati.

Il paradosso dei vaccinati è noto da tempo a virologi ed epidemiologi, e come precisa l’ISS è importante che sia chiaro a tutti come valutarlo «per evitare preoccupazioni e perdita di fiducia nella vaccinazione».

La difficoltà nell’interpretare correttamente certe informazioni deriva anche dal fatto che attraverso la sorveglianza – con il sistema dei tamponi e dei test – si rendono evidenti i rari casi di persone che si ammalano malgrado si siano vaccinate, mentre restano totalmente sotto traccia i casi di malattia evitati grazie ai vaccini (e che sono la maggioranza).

Più è alta la percentuale di vaccinati, più la popolazione è protetta (anche tra i restanti non vaccinati) e si riduce il rischio che si formino nuove varianti. La loro comparsa è infatti legata alla circolazione del coronavirus e non alla vaccinazione, che invece riduce il rischio di avere nuove varianti contro le quali i vaccini stessi potrebbero poi essere meno efficaci.