Il primo, faticoso, decreto ristori di Draghi non sbandiera nessuna misura rivoluzionaria.
I meccanismi di individuazione del bisogno e quelli per la sua soddisfazione sono sostanzialmente identici a quelli già inaugurati dal precedente, vituperato, governo.
La tecnica normativa è rimasta farraginosa e produttiva di testi di difficile, se non difficilissima, lettura, salvo che per una ristretta casta para-sacerdotale, di commercialisti ed avvocati, peraltro ormai di un sacerdozio invertito, animato da un fervido ateismo.
Addirittura, sono ricomparsi i condoni, senza vergogna di essere presentati per tali.
Credo, tuttavia, non sia ancora il momento di gettare la spugna e arrendersi disperati alla ineluttabilità del tutto cambia perché nulla cambi.
E non perché son calate le polemiche, anche giornalistiche, ma – non la si prenda per ironia – per come sono concepiti i condoni.
Il primo (cancellazione delle cartelle) più che un condono è una rimessione di debiti inesigibili e che, dunque, avrebbero costituito un costo di gestione, più che una posta attiva.
Il secondo un abile trompe l’oeil, per incentivare, attraverso lo specchio per le allodole del nomen, pagamenti spontanei e tempestivi di somme già dichiarate, ma che il folle sistema di sanzioni anti-deterrenti e rateazioni a babbo morto suggeriva di non versare o di non versare subito.
Chi ha il coraggio di approcciare così il tema del fisco, lasciando da parte i luoghi comuni, a favore di un sano pragmatismo, e riesce a farlo contenendo al minimo le reazioni urticanti, può far sperare che anche il gattopardo possa morire e che financo l’Italia possa prima o poi smettere di esser la patria delle grida, per diventare quella di provvedimenti sensati.

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